È ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?

Inviato da Albo Scuole il 11 gennaio, 2012 - 17:30

La poesia è probabilmente il primo, o uno dei primi, mezzi di comunicazione. Come ogni cosa anch’essa si è sviluppata nel tempo, evolvendosi in quelli che oggi sono i più comuni e quotidiani mezzi di comunicazione; così dalle menti dei pensatori, oramai, la poesia viene partorita invece dalle radio, dalla TV o da qualche bella canzone. Non è più quella spiaggia in cui, chi la produceva, si rifugiava per riflettere.
La poesia quindi non sta morendo, ma peggio si sta evolvendo secondo un processo evolutivo obsoleto, insensibile, che non lascia spazio ai valori del pensiero, all’essenza interiore ma guarda soltanto alla “sostanza esteriore” trasformandola in qualcosa da vendere o comprare ,mantenendola sempre in vita, terribilmente deformata.
L’arte della parola, dell’avulso e della riflessione deve ormai mettersi in pari con il tempo, veloce ancor di più del tempo di Petrarca, che nonostante vedesse la sua vita fuggirgli sotto i piedi, trovava spazio per riflettere e per scriverne. Oggi questo tempo non c’è più, il grande spazio che fino agli inizi del ‘900 le era riservato è drasticamente diminuito fino a diventare immagine, fotogramma. È proprio l’immagine la forma di comunicazione più diretta e diffusa della nostra società ,rapida ed incisiva, meccanica, efficace e capace di sostituirsi all’arte della poesia con quella dello spettacolo, dell’apparire quanto più insistentemente possibile senza dare adito alle riflessioni necessarie. Nell’isterica e frenetica società del vendere e del comprare, non c’è tempo di pensare, si deve andare senza fermarsi mai, a velocità sempre più assurde.
La poesia che muore, la poesia che passa inosservata, la poesia che si nasconde dietro le grandi ombre degli stessi editori, che ormai non credono più nell’arte stessa come mezzo di elevazione morale, è un problema fondamentale per evitare l’annichilimento del linguaggio e del pensiero. La società in cui viviamo ci impone di ascoltare le canzoni alla radio, facendoci credere che quella è la poesia del ventunesimo secolo; ma un orecchio più attento, un animo più sottile, come quello di molti giovani che decidono di affidare le loro emozioni ai versi, può comprendere quanto possano essere subdole molte canzoni e soprattutto quanto non siano intense come una poesia, anche se di poche righe. Anche Montale nel discorso per il Nobel del 1975 cerca di farsi un’ipotesi sul ruolo della poesia dei giorni nostri provando a scinderla: “la poesia che si assume il compito di accompagnare il clamore del tempo e che vive nell’effimero della cultura di massa acustica e visiva e quella che sorge quasi per miracolo, vive ignorata, ma contiene in sé la capacità di imbalsamare tutta un’epoca, di restituirne l’essenza attraverso la virtù del linguaggio.”
La lirica ha da sempre avuto il compito di mostrare al lettore il suo destino, di illuminarlo, compito che oggi non riesce più ad adempiere non per una mancanza di poeti, ma per una mancanza di lettori ai quali interessi saperne qualcosa del destino, riflettere e fermarsi. Quindi probabilmente la domanda non è più se è possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa, ma se c’è ancora per noi spazio per fermarsi a pensare.